sabato 18 dicembre 2010

RECENSIONE di Maurizio Schoepflin

GIUSEPPE BRIENZA
Unità senza identità
Edizioni Solfanelli
2a edizione
Chieti 2010
pagg. 72 - € 7,00

Questo documentato e sintetico saggio, giunto in pochi mesi alla sua seconda edizione, ha il merito di evitare lo stile “pamphlettistico” che troppo spesso caratterizza la pubblicistica sul Risorgimento, rendendo però giustizia ad alcuni dei suoi mancati, sebbene meritevoli di memoria, “protagonisti”.
Innanzitutto Antonio Rosmini Serbati (1797-1855) che, con lo spessore della sua statura intellettuale, aveva teorizzato fin dalla prima metà dell'Ottocento una unione politica dei diversi stati della Penisola che avessero mantenuto ciascuno la propria sovranità. Una sorta di Unione italiana che potrebbe forse assomigliare alla novecentesca Unione europea, almeno come la si è concepita fino agli anni Ottanta. Secondo il filosofo roveretano, il massimo bisogno dell'Italia era quello di essere forte nel suo tutto e nelle sue parti, poiché altrimenti non avrebbe potuto essere una ed indipendente. Nell'Italia unita federale, secondo Rosmini, tutto doveva essere funzionale allo sviluppo della persona e della famiglia, che venivano prima della stessa società e naturalmente dello Stato, in un intreccio di competenze basato sulla sussidiarietà. «L’esatto opposto - scrive Brienza - della concezione che si era imposta, invece, nella Rivoluzione francese, nella quale i diritti della persona venivano assorbiti da quelli del "cittadino", funzionale allo Stato» (pag. 20).
In secondo luogo Clemente Solaro della Margarita (1792-1869), anima critica di una unità d’Italia realizzata da una dinastia, quella dei Savoia, per motivi di ambizione dinastica e, quindi, fatta con l'occupazione e l'annessione al Piemonte delle altre entità politiche. I diversi Stati in cui si divideva il territorio italiano, insomma, scrive giustamente l'Autore, «furono messi insieme senza troppa cura per le differenze che pure c’erano, creando un’omogeneizzazione artificiosa rifiutata dal popolo stesso e senza che vi fossero alle spalle una solidarietà e una coscienza nazionali» (pag. 32).
È senz'altro questo il punto da cui (ri)partire per una valutazione serena del processo unitario: il fatto che già nel "triennio giacobino" del 1796-1799 gli Italiani reagissero in armi, in modo naturale e concorde, contro l'attacco alla loro bimillenaria identità religiosa e a sostegno del Papa, dando vita alla c.d. Insorgenza popolare, «non vuol dire che fossero meno italiani dei successivi artefici dei vari moti e spedizioni "patriottiche" che, non fondandosi sulla "nazionalità spontanea", non potevano certo fondare "naturalmente" una unità fra gli italiani» (pag. 8).
Oggetto precipuo di questo studio è poi la realtà giuridico-istituzionale osservata da un punto di vista storico-culturale e illuminata dalla lezione autorevole di studiosi quali Gianfranco Miglio e Roberto Ruffilli. Sei sono le "ombre" che l'Autore rintraccia nell'attuazione dell'unità d'Italia: il centralismo oppressivo, l'annessionismo ideologico e pseudo-plebiscitario, i ripetuti interventi stranieri portatori di tendenze protestanti e massoniche (vedi Inghilterra), a loro volta causa del mancato riconoscimento da parte di altri Paesi europei, la guerra alla Chiesa e all'identità religiosa del popolo italiano e la "piemontesizzazione" autoritaria dello Stato sabaudo.
L'Autore sostiene che, se a centocinquant'anni dalla sua realizzazione l'unità territoriale è ormai anzitutto un fatto, l'unificazione delle idee e dei sentimenti del popolo tutto che compone la penisola è ancora ben lungi dal realizzarsi. Brienza appare tuttavia convinto che ciò che egli chiama "nazionalità spontanea", nonostante tutto, esiste ancora, e che il prenderne atto dovrebbe far parte di una ordinaria realpolitik.

Maurizio Schoepflin

in
"La Società. Studi, ricerche, documentazione sulla dottrina sociale della Chiesa"
anno XX, n. 4-5, Verona luglio-ottobre 2010, pp. 724-725